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FARMER’S MARKET: SE LA CONOSCI LA EVITI
ZERO REGOLE, SCONTRINI FISCALI QUESTI SCONOSCIUTI E TRACCIABILITÀ INESISTENTE. E QUINDI: PREZZI BASSI? FALSO. NONOSTANTE L’ABBATTIMENTO DEL 97 PER CENTO DEI COSTI SOSTENUTI DALLA REGOLARE FILIERA AGROALIMENTARE.


Farmer’s market
MELANZANA VINCE E CARCIOFO PERDE

E, come nel gioco delle tre carte, sul tavolo dei mercati del contadino si gioca d’azzardo. La prima puntata è del governo Prodi con la Finanziaria 2007 che autorizza per la prima volta i farmer’s market. Gli agricoltori possono vendere i propri prodotti direttamente al consumatore. Dove?
E innanzitutto: come? Le amministrazioni comunali, in mancanza di regolamenti attuativi, concedono per le vie brevi con iter tipici delle manifestazioni promozionali occasionali, spazi pubblici per la vendita dei prodotti della terra. Ma di quale terra si tratta? Andiamo con ordine.
I farmer’s market, nati con l’obiettivo dichiarato di assicurare prezzi equi, nell’intenzione del legislatore nazionale rappresentano una forma di vendita che rafforza il legame del prodotto con il territorio.


TRACCIABILITA' INESISTENTE

Come nel più classico compito di matematica delle scuole elementari di qualche decennio fa, “un contadino va al mercato e vende dieci chili di pesche”. Ma oggi, se le pesche sono della terra del contadino nessuno può saperlo. Anche perché nel decreto legge non si accenna alla tracciabilità e, nel mercato del contadino potrebbero comparire anche esotici caschi di banane provenienti dal continente nero.
E ancora: il mercato non è quello degli ambulanti, con gli spazi riservati e le infrastrutture di supporto (acqua, luce e scarichi) concesse dall’ente locale, ma un gruppo di tavolini e qualche sedia dove scambiare i “prodotti dell’orto” con il denaro. Senza passaggi intermedi, senza rete commerciale e senza regole. Ma soprattutto senza scontrini fiscali e pesatura obbligatoria con bilance omologate.


ZERO VANTAGGI PER IL CONSUMATORE

In sintesi allora, quali sono i vantaggi per il contadino, o meglio, per le associazioni di rappresentanza agricola che incentivano le aperture dei farmer’s market nelle piazze cittadine?
Tasse zero per l’occupazione di suolo pubblico; elusione delle norme tributarie sulla rendicontazione obbligatoria; spese zero per l’adeguamento dei locali di vendita alle norme igienico-sanitarie. Inoltre questi mercatini, insistono in aree comunali la cui destinazione, secondo le previsioni dei piani commerciali, non è mercatale. E quindi a nulla valgono le prescrizioni a tutela del commercio di vicinato, laddove è fatto divieto di insediare mercatini ambulanti a meno di 500 metri da strutture commerciali.
E i vantaggi per il consumatore? Prezzi più bassi, è la risposta più naturale. Ma anche su questo tavolo si gioca d’azzardo. Secondo una recente indagine di Nomisma sulla filiera agroalimentare, per ogni 100 euro di spesa, ben 97 sono i costi sostenuti dai diversi operatori, interni ed esterni. La filiera, secondo l’autorevole istituto, è fortemente zavorrata e polverizzata. Energia, trasporti, incidenza dell’imposizione fiscale sono costi tutti sulle spalle del commerciante e praticamente inesistenti per i venditori dei farmer’s market. Ma, portafoglio alla mano, il risparmio sparisce. Proprio come nel gioco delle tre carte.


IL TEOREMA DELLA COLDIRETTI

Ma secondo Coldiretti, la sigla di rappresentanza degli agricoltori più attiva nel promuovere questi mercati, i prodotti del contadino restano i preferiti dagli italiani anche perché, l’acquisto diretto è sinonimo di tutela dalle frodi alimentari.
A smontare questo teorema ci pensa la Fipe, la Federazione dei Pubblici Esercizi aderente a Confcommercio: “Gli unici trattamenti sui prodotti agro-alimentari – afferma Edi Sommariva, direttore generale Fipe-Confcommercio - avvengono al momento della produzione, non certo nella filiera distributiva che è naturalmente obbligata a conservare bene la merce”. Per Sommariva, anzi, il consumatore è mano garantito da questa modalità d’acquisto: “è del tutto evidente che il consumatore si rivolge direttamente al contadino solo con l’idea, ma non con la certezza, di acquistare un cibo più genuino e scevro da alterazioni o frodi alimentari. Non a caso il latte fresco preso dai distributori automatici va bollito prima di essere ingerito, come ben sanno i consumatori e come sostenuto in una circolare del ministero della Salute”.


CONCORRENZA SLEALE

“Bisogna evitare attentamente che i farmer’s market diventino una forma di concorrenza sleale nei confronti di altre forme di commercio. Bisogna stare attenti che quella dei cosiddetti mercati agricoli non si trasformi in qualcosa di diverso rispetto alla vendita diretta intesa come tale”. L’allarme non arriva dalle categorie commerciali ma direttamente dal padre del decreto legge sui mercati del contadino, l’ex ministro per le Politiche agricole e attuale presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo. Ad attirare l’attenzione dell’ex ministro, una pratica comune osservata dagli organizzatori di questi mercati, ovvero la cassa comune. Un sistema questo che contrasta palesemente con la vendita diretta in senso stretto e presuppone un’organizzazione commerciale ben strutturata. “La cassa comune – aggiunge De Castro – non deve essere un meccanismo nascosto per fare concorrenza sleale ad altre forme di commercio. E il testo di legge non parla di alcuna cassa comune e condivisa. E comunque – insiste l’ex ministro – i farmer’s market non sono destinati a risolvere il problema del settore agroalimentare sia in termini di abbassamento dei prezzi che in termini di reddito. Basti pensare che negli Stati Uniti ci sono 4.500 mercati degli agricoltori, e rappresentano solo il 3 per cento del prodotto lordo vendibile”.


L'ASSALTO AGLI SCAFFALI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE

Se il trucco del prezzo comunque alto è presto svelato, più complesso invece è il sistema adottato da produttori associati per tentare l’assalto agli scaffali della grande distribuzione. Prima attraverso operazioni di marketing locale, con appositi corner nei supermercati del tipo “l’angolo del contadino” e fino alla dichiarazione di guerra, ancora una volta siglata da Coldiretti insieme ad alcune sigle di associazioni di consumatori che sparano ad alzo zero e chiedono la “testa” della filiera agroalimentare, puntando alla vendita diretta dei prodotti dell’orto direttamente all’interno della grande distribuzione.
Un’imposizione questa, che trova uno sbarramento convinto da parte di Federdistribuzione, la federazione aderente a Confcommercio che rappresenta gli interessi delle grandi strutture di vendita. “ La grande distribuzione organizzata è disponibile a valutare la compatibilità di punti vendita di produttori all’interno dei supermercati – afferma il presidente Paolo Barberini – ma senza obbligo alcuno e a patto che questa formula commerciale possa affermarsi presso i consumatori senza godere di forme di incentivazione o di ‘protezione’ da parte delle istituzioni”. Barberini sottolinea che i prodotti locali e di qualità sono già da tempo sugli scaffali della grande distribuzione e l’attività dei farmer’s market deve essere effettuata nel pieno rispetto delle normative amministrative, igienico-sanitarie e fiscali. Poi l’affondo finale: “C’è poi da chiedersi – aggiunge Barberini – se un agricoltore che diventa anche commerciante debba continuare a godere dei sussidi dedicati al settore agricolo. Una volta rispettate regole e norme comuni, ed eliminati i sussidi, andrà verificata l’effettiva competitività del prodotto”.
09/01/2010

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